A Testa In Giù

Capitolo 9 (Parte I) (in basso)

Novembre 5, 2009 · 1 Commento

Quando Sonia aprì la porta e abbracciò con trasporto Giulia, Marco s’accorse improvvisamente che il mondo intorno a lui, fino ad allora ordinato e categorizzabile, si stava confondendo e mischiando come le facce colorate di un cubo di Rubik.
Non ci è ancora chiaro perchè quello fu il momento preciso in cui ebbe piena coscienza del suo immediato presente. Sappiamo, però, che la consapevolezza lo fece barcollare leggermente.
Probabilmente, per la prima volta, in quella notte di sgomento, riuscì ad estraniarsi dal contesto che lo vedeva primo attore.
Si ricordò di una novella di Pirandello nella quale il protagonista, oramai spirato, abbandonava il corpo e, aleggiando al di sopra di questo, poteva vedersi esanime, adagiato tra le pieghe di quella che pareva una rappresentazione pittorica.

“Io non posso restare qui. Devo andare”.
Marco si voltò di scatto, prese le scale, ne divorò i gradini a gran velocità e fu di nuovo in strada.
Respirò profondamente e canticchiando Untitled dei Pearl Jam si abbandonò al tepore estivo.

I got a car…

Il traffico lento della città scandiva lo stanco incedere del tempo.

… I’ve got some gas…

Le giornate profumavano di adolescenze perdute.
Gettò i suoi occhi a catturare le stelle più lontane.

… oh let’s get out of here…

Avrebbe potuto correre come faceva a tredici anni, quando praticare atletica leggera lo rendeva felice.
Flettere la gamba destra all’indietro per poi slanciarla all’inseguimento di sconosciuti paradigmi, riflessi di immaginate perfezioni. Fare lo stesso con la sinistra e dare inizio a una ciclicità motoria simile all’ingranaggio d’un orologio.
Avrebbe potuto.
Avrebbe voluto.
Ma due braccia di donna e fascino gli si serrarono al collo in un abbraccio che possedeva ritorno e non partenza.

“Non andare, ti prego…”

Slow motion. Flashback

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