Le precisazioni. Gli angoli da levigare. Le sorprese che sconvolgono.
Tutto potevamo attenderci, ma non che Sonia sapesse o, ancor peggio, che fosse complice.
A ritroso
Esistono azioni che possono compiersi solamente in istani precisi: è come se lo spazio vuoto lasciato dal tempo coincidesse perfettamente con i confini dell’azione stessa.
I minuti in cui Sonia venne lasciata sola dopo che Giulia si era precipitata all’inseguimento di Marco, le permisero di prendere il cellulare, sfogliare la rubrica, fermarsi sul nome Simo, chiamare e dire: “Giulia è venuta qui con quel ragazzo che penso stiate cercando… sì, sicuramente è lui… mettiti in moto tra dieci minuti e raggiungici. Ora sono giù, ma sono certa che tra poco risaliranno…”
A ritroso. Ancora. Per comprendere
Quando le telecamere della bisca clandestina svelarono la truffa di Marco, Franco mandò a chiamare Stefano, il fidato leccapiedi di centoventi chili, e Simone che ormai considerava come un figlio acquisito.
“Un altro pivello vuole faro lo stronzo con me. Perfetto, ora ci divertiamo…”, esordì fregandosi le mani in segno di soddisfazione.
Si rivolse poi a Stefano: “domani sera, sul tardi, andrai a casa del ragazzo, ti farai ridare i soldi che ci ha fottuto e lo ammazzerai”.
“Ok, sarà un piacere…”
“Bene, adesso puoi andartene…”
Una volta solo con Simone, lo prese sotto braccio e, muovendosi lungo il perimetro del grande studio ovale, gli disse: “domani dovrai seguire Stefano. Sai, è bravo nel suo lavoro ma è anche imbecille e non vorrei combinasse qualche casino…”
“Ho capito Franco. Non preoccuparti, andrà tutto come deve andare. Ora però devo scappare perchè Sonia mi sta aspettando…”
Sulla porta si fermò e girandosi: “Bè, comunque noi ci vediamo dopodomani per il teatro notturno, vero?”
“Contaci. Come potrei non seguire la più perfetta delle mie creature?” e gli si illuminarono gli occhi di superbia.
Nel contempo, un piano più sotto Marco, sportosi sul tavolo verde, stava trascinando al petto l’ingente vincita.
Alcuni passi più in là, con la luna che insegue il sole e il sole che torna a cederle il passo…
Simone osservò Giulia entrare in tutta fretta. Venti minuti più tardi ricomparve, accompagnata da Marco. Entrambi presero a correre e scomparvero girando a destra al primo incrocio.
Stefano non ce l’aveva fatta.
Era giunto il suo momento.
Chiamò Sonia: “ciao piccola. Ho bisogno di un favore. Se Giulia dovesse passare da te inaieme a un ragazzo sui 25, capelli castani corti, magro e alto un metro e settantacinque circa, avvisami. Di lei non me ne frega nulla, ma lui non posso farmelo scappare…”.
E Sonia comprese.
E sonia accettò. Perchè si era letteralmente perduta nella follia di Simone e questo le dava il diritto di tradire anche la più cara delle sue amiche.
Attraverso il tempo, pindarici voli tra ciò che è stato, è e dovrà accadere
“Volete qualcosa da bere?”
“Una birra sarebbe perfetta… e magari qualcosa da mangiare… se ce l’hai ovviamente…”, incalzò Marco.
“Sei sempre il solitò. Sonia non è tenuta ad accoglierci, ci sta facendo un piacere, nemmeno ti conosce e tu le vuoi svaligiare il frigorifero?”, ribattè Giulia.
“No bè, è che ho fame lo sai…”
“Tranquilla Giulia, non c’è alcun problema… porto subito qualcosa da mangiare a… non ci siamo nemmeno presentati”
“Marco…”
“Ok Marco, ora arrivano cibo e birra”
“Grazie… sei gentilissima…”
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 12, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, Giulia, in basso, killer, Marco, simone, sonia
Il week end gli permetteva di recuperare, almeno in parte, le forze perdute durante la settimana lavorativa. Dormì profondamente fino alle dieci del mattino. Una frettolosa colazione e si immerse nell’impetuoso flusso dei suoi pensieri e degli scritti formato muro.
Con un carboncino tra indice e pollice della mano destra, cominiò a tratteggiare su una parete della piccola sala i contorni di quello che sembrava, a una prima analisi, un viso di donna.
Sciabolate violente che si sgretolavano in nero pulviscolo sul pavimento. Vuoti e pieni. Tratteggi. Linee oblique. Linee rette e marcate. Esplosioni di forza ed esternazione passionale.
Sudava.
Sudava e disegnava con il sangue delle proprie attese.
Sudava e sognava.
Sudava e pensava a lei. A lei che comparve sulla parete della piccola sala vestita del solo sguardo di Marco.
Rimase qualche minuto a osservare l’atto compiuto.
Il respiro gonfiava la cassa toracica.
Il tempo accelerava.
Il respiro abbandonava la cassa toracica.
Il tempo sostava.
Verso mezzogiorno andò a correre nel parco vicino.
Per non pensare.
Per smettere di domandarsi chi fosse realmente Stefania.
Ma non ci riuscì.
Fece ritorno mentre il telefono squillava. Era Simone.
“Ciao Fra, tutto bene?”
“Sì, sono appena tornato da una corsetta, tu?”
“Cavoli, sempre in forma eh! Io mi stavo bevendo una birra!”
“Sempre alcolizzato eh”, gli fece il verso. “Mi hai chiamato per dirmi che ti stai scolando una birra?”
“No ma va. Senti, questa sera c’è una riunione prima del teatro notturno e stavo pensando che potresti acocmpagnarmi!”
“Simo, senza offesa, ma lo sai che non mi interessa quella roba lì”
“Sì, lo so… ma c’è anche lei e visto che tu non ti dai una mossa, ho pensato di aiutarti…”
“Oh ma che gentile…”
“Dai cacchio, finisce sempre così con te. Orgoglioso e testa di cazzo. Stefania ti piace, faresti di tutto per rivederla e parlarle, ne hai l’occasione. Cosa ti costa?”
Francesco sospese la conversazione in una riflessione, dalla quale prese le mosse per dire: “Ok, mi hai convinto. Vengo. Passo a prenderti per le tre e mezzo, va bene?”
“Perfetto, tanto il posto è vicino. Grande Fra, a dopo”
“A dopo Simo. Ciao”
Perchè non è sempre e solo necessario meditare l’attimo propizio. alcune volte bisogna anticiparlo o, addiritturla, crearlo.
Francesco er afinalmente pronto a tutto questo.
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 11, a testa in giù, atestaing, capitolo, francesco, simone, stefania, sui muri, week end
Li vide rientrare tenendosi per mano.
Sorrise e subito dopo sbadigliò. Era giunto il momento di dormire e di lasciare che la narrazione e i suoi personaggi trovassero il meritato riposo.
L’alba dell’indomani li avrebbe trovati nuovamente ispirati al prosieguo dell’impervio viaggio.
Si abbandonò al richiamo di Morfeo e, con gli ultimi vagiti di scrittura sui polpastrelli della mano destra, si addormentò.
Nel frattempo, sotto di lui, una decappottabile grigio metallizzata si fermò di fronte al condominio dove poco prima avevano fatto il loro ingresso Giulia e Marco.
Un ragazzo sui trenta scese, si appoggiò alla portiera e si accese una sigaretta.
Nelle tasche posteriori dei jeans due coltelli a scatto. Preferiva le armi da taglio per uccidere.
E pensare che una volta amava il teatro, in particolar modo quello notturno.
Inspirò profondamente e si abbandonò all’acre sapore della nicotina.
Espirò e cominciò ad attendere. Perchè l’attesa, per lui, non era altro che il preludio alla sublimità recitativa.
Ancora poco e i sarebbe tramutato nel killer che non poteva più evitare di essere…
Categorie: Uncategorized
Messo il tag: 10, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, coltelli, Giulia, in alto, killer, Marco, simone
Slow motion. Flashback
La prima volta che si credette innamorato era all’ultimo anno del liceo. Stava prendendo coscienza dell’incertezza dell’avvenire e, saprattutto, dell’amore nelle sue fascinose e ambigue pose: mai diritto, si capovolgeva secondo movimenti prima frenetici e subito dopo pacati.
Si chiamava Sabrina ed era bella come solamente poteva esserlo agli occhi di un’infatuazione adolescenziale: affascinante in modo ingenuo e inconsapevolmente perfetta.
Marco non la guardava, ma la ammirava. La respirava. La divorava. La interiorizzava.
Tutto durò finchè non si accorse che era semplicemente l’iniziazione a un futuro di conquista e passionalità.
La lasciò, sacrificandola in nome di un personale cambiamento.
Quando si rividerò tre anni dopo, lei gli rinfaccio, per l’ennesima volta, l’onta subita.
Dopo Sabrina arrivò Alice e, con essa, la certezza che l’amore fosse tutt’altro rispetto a ciò che aveva ritenuto fino a quel momento.
Le prospettive legate ai sogni e alle speranze nel futuro persero ogni tipo di connotazione individuale e si legarono indissolubilmente al concetto di “coppia”.
Capitò, istintivamente, nei meccanismi di un’esistenza raddoppiata. E ne era irrimediabilmente felice.
Se non fosse stato per quello scherzo d’autunno. Per quell’inversione di propositi e pensieri. Per quella pioggia dopo l’allenamento di calcio.
Se non fossero state le sue mani a tremare e non fosse stato il suo cuore a contrarsi in spasmi e rigurgiti di dolore.
Se non ci fosse stata lei in quello scherzo d’autunno, sotto quella pioggia dopo l’allenamento di calcio, con un’inversione di propositi e pensieri tra mente e e parole e, ancror di più, se non gli avesse dato un sacchetto con dentro due CD e una maglietta, dicendogli: “mi ero sbagliata. Non ti amo come pensavo. Perdonami se puoi…”
Se tutto questo non si fosse inserito all’interno di una sorprendente, quanto sconvolgente, concatenazione reale e razionale, probabilmente ora Marco sarebbe altrove, senza essersi mai seduto a un tavolo da poker, con Alice al suo fianco e una luccicante promessa di matrimonio in una tasca della giacca.
Questo era ciò che aveva sempre pensato, attraversando svogliatamente nuove ed eccitanti storie d’amore e di sesso. Nessuna era Alice e bastava per legittimare gli abbandoni inflitti o subiti.
Ma la vita ci insegna che la logica supportata dal nostro pensiero non sempre riflette quella che penetra i pertugi della quotidianità.
Come poter far conincidere la ragionevolezza dell’intelletto con il caotico mondo delle pulsioni?
L’inatteso era la risposta per Marco.
Ecco quindi l’inaspettata Giulia, figlia del peccato e di una sconosciuta faccia dei sentimenti.
Now. I’m here…
“Non me ne andrò senza di te…”
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 9, a testa in giù, alice, amore, atestaingiu, capitolo, flashback, Giulia, in basso, Marco, poker, sabrina, sesso
Quando Sonia aprì la porta e abbracciò con trasporto Giulia, Marco s’accorse improvvisamente che il mondo intorno a lui, fino ad allora ordinato e categorizzabile, si stava confondendo e mischiando come le facce colorate di un cubo di Rubik.
Non ci è ancora chiaro perchè quello fu il momento preciso in cui ebbe piena coscienza del suo immediato presente. Sappiamo, però, che la consapevolezza lo fece barcollare leggermente.
Probabilmente, per la prima volta, in quella notte di sgomento, riuscì ad estraniarsi dal contesto che lo vedeva primo attore.
Si ricordò di una novella di Pirandello nella quale il protagonista, oramai spirato, abbandonava il corpo e, aleggiando al di sopra di questo, poteva vedersi esanime, adagiato tra le pieghe di quella che pareva una rappresentazione pittorica.
“Io non posso restare qui. Devo andare”.
Marco si voltò di scatto, prese le scale, ne divorò i gradini a gran velocità e fu di nuovo in strada.
Respirò profondamente e canticchiando Untitled dei Pearl Jam si abbandonò al tepore estivo.
I got a car…
Il traffico lento della città scandiva lo stanco incedere del tempo.
… I’ve got some gas…
Le giornate profumavano di adolescenze perdute.
Gettò i suoi occhi a catturare le stelle più lontane.
… oh let’s get out of here…
Avrebbe potuto correre come faceva a tredici anni, quando praticare atletica leggera lo rendeva felice.
Flettere la gamba destra all’indietro per poi slanciarla all’inseguimento di sconosciuti paradigmi, riflessi di immaginate perfezioni. Fare lo stesso con la sinistra e dare inizio a una ciclicità motoria simile all’ingranaggio d’un orologio.
Avrebbe potuto.
Avrebbe voluto.
Ma due braccia di donna e fascino gli si serrarono al collo in un abbraccio che possedeva ritorno e non partenza.
“Non andare, ti prego…”
Slow motion. Flashback
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 9, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, flashback, Giulia, in basso, Marco, nove, pearl jam, pirandello, slow motion, sonia, untitled
Stefania aveva 26 anni, una madre medico, un padre medico, una sorella maggiore medico e un fratello minore che stava studiando medicina.
In questo ospedale formato famiglia, lei rappresentava la svolta malvista. Si era laureata in lettere moderne con una tesi sul Teatro d’Avanguardia, le origini Ottocentesche e i prodromi della contemporaneità.
Votava a sinistra, ma con poca convinzione; le piacevano i silenzi d’intesa fra due persone, non sapeva cucinare ed era amante del vino bianco (secco preferibilmente).
Era finita a far parte del teatro notturno perchè lo reputava trasgressivo e di classe. Alla stregua di come considerava sé stessa (erroneamente diremmo noi, come andremo in seguito a scoprire).
Inoltre, pensava che scrivere sui muri fosse qualcosa di unico ed eccezionale.
Non l’aveva mai fatto.
Non conosceva nessuno che lo facesse.
Stefania era fidanzata con il mondo delle sue illusioni. In quello terreno, invece, flirtava con Franco senza troppo chiedersi se ne fosse realmente attratta o se fosse una semplice questione di appagamento sessuale. Ma non aveva tempo per l’effimera quotidianità, perchè doveva raggiungere vette ben più alte: i suoi sogni.
Tornando dall’ufficio, Francesco si fermò al supermercato in quanto ultimamente il frigorifero gli aveva gentilmente domandato di essere riempito e tenuto in maggior considerazione.
A pochi passi da casa vide Franco accompagnarsi, affettuosamente, a una ragazza che avrà avuto suppergiù 21 anni. Ridevano varcando la soglia di un ristorante di lusso.
“Quello lì non mi piace affatto…”, si disse Francesco mentre girava la chiave nella serratura.
Dopo cena, dimentico della promessa che si era fatto sul far del sonno la notte prima, tornò ai suoi muri e al suo inchiostro:
Oggi mi scavo nell’animo e ci trovo stralci d’immutata esistenza.
Oggi mi squarcio di attese e ne estraggo budella color cielo.
Franco aprì la porta, fece entrare Giulia e gustò il dolce profumo che la pelle emanava.
Si accomodarono al tavolo prenotato e ordinarono una bottiglia di vino bianco ad accompagnare l’antipasto di pesce.
“Così ti piacerebbe partecipare al teatro notturno?”
“Sì, ne sarei onorata”. Giulia abbassò gli occhi arrossendo.
“Addirittura onorata. Ne sono lusingato… ma hai studiato un po’ di teatro o sei una novizia?”
“Ho fatto tre anni di recitazione quando ero al liceo. Con l’università e il lavoro part-time al negozio, ora mi è quasi impossibile…”
“A meno che tu non possa recitare di notte, giusto?”, Franco la guardò sornione.
“Esattamente. potrei continuare a coltivare la mia passione…”
Il ristorante era andato popolandosi e i camerieri erano sprofondati nella frenesia di un qualunque venerdì sera estivo.
Le storie che non si raccontano e quelle che devono essere svelate. Siamo nel mezzo di un incastro di vite che secondo una logica a noi sconosciuta si sfioreranno e, in alcuni casi, si travolgeranno.
Franco si spacciava per un intellettuale, attore e regista. Aveva studiato presso le maggiori scuole di teatro nazionali. Almeno questo era quello che andava ripetendo.
Il suo teatro notturno non era altro che un modo per permettere alla propria vanità di esprimersi. Amava profondamente circondarsi di giovani in sua adorazione. Dispensava retorici insegnamenti quasi ne fosse l’assoluto e onnisciente detentore.
Le ragazze, nella prima maturità della loro giovinezza, erano una delle sue più grandi debolezze.
Stefania e Giulia ne erano esempi palesi.
L’attività che però gli permetteva di vivere nello sfarzo e nel benessere era il gioco d’azzrdo. Gestiva una vasta quantità di bische clandestine disseminate lungo i sotterranei dell’intera città.
Quando la riaccompagnò, osservandola varcare la soglia di casa, si disse che presto sarebbe stata sua.
Quella notte la poesia preferì celarsi dietro le nuvole di un imminente temporale.
Sequenze di anni e minuti. Domande che attendono risposte.
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 8, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, francesco, franco, Giulia, stefania, sui muri
Dopo la svolta a sinistra e l’attraversamento della rotonda poco illuminata, tornarono finalmente nel suo campo visivo.
Li accompagnava con le gambe abbandonate a un movimento ondulatorio oltre il soffice bordo della nuvola.
I loro nomi erano già scritti: li serbava nella mente ancor prima che capitolassero sui candidi fogli dei suoi taccuini. Marco e Giulia prendevano forma, configurandosi come unico e sottile contatto fra realtà e immaginazione. I due poli d’un medesimo palcoscenico che, anche se capovolto, sarebbe comunque rimasto identico a sé stesso.
<<Giulia si fermò bisbigliando: “ecco, siamo arrivati”.
Marco si chiese perchè parlasse a bassa voce ma non volle manifestare il quesito, per il timore di indurla a un’ennesima reazione nervosa. Si limitò ad annuire. Questo sapeva farlo bene.
Digitarono sette sul tastierino del citofono. Una voce femminile domandò chi fosse.
“Sono Giulia… con un amico. Possiamo salire?”
“E me lo chiedi? Certo, venite su…”
Un breve ronzio fece scattare la serratura del grande portone metallico.
L’ascensore li lasciò al quarto piano>>.
Respirò a fondo. Gettò il capo all’indietro nel tentativo di toccare l’immensità celeste.
Si ricordò di un tempo in cui era piccolo e suo padre lo portava al parco vicino casa per giocare a calcio. Con la pioggia e con il sole. Nel dolore e nella speranza.
Amava quelle giornate di spensierata infanzia, ove l’impossibile veniva irrimediabilmente sconfitto dalla fantasia.
Ogni tanto tornava a trovare i genitori. Li salutava dalle sue altezze fisiche e mentali, mentre intravedeva il loro stupore, ancora vivo, ancora come il primo giorno, nonostante cercassero di nasconderlo.
Avrebbe voluto spiegarsi e raccontare cosa significasse per lui scegliere di vivere con i piedi non più poggiati al suolo.
Ma la realtà, così marcatamente eccentrica, rendeva ogni possibile spiegazione una bizzarria ancor più grande.
Lassù c’era musica. Respiro. Identità appagata.. Smarrimento. Capitolazione emotiva e ispirazione artistica.
Lassù c’era lui.
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 7, a testa in giù, atestaingiu, calcio, capitolo, genitori, lassù, quarto piano, sette
“Ma dove cazzo mi sta portando?”
Quasi ne avesse compreso i pensieri, Giulia disse: “stiamo andando da Sonia, una mia carissima amica. Non è lontana da qui e, soprattutto, lei non è del giro. Là non ci troveranno mai…”
“Bene… ma se nel frattempo ci fermassimo a mangiare qualcosa?”
“Io davvero non ti capisco: stiamo scappando per salvare la pelle, abbiamo fatto fuori uno degli uomini di Franco e tu pensi a mangiare?”
“Il nutrimento fisico è FON-DA-MEN-TAAAAA-LE…”, rise mentre lo diceva.
“Sì ok. Dai muoviti!”
Marco si sentiva come una canzone dei Blonde Redhead: pacatamente in movimento e privo di necessaria fretta salvifica. Si adagiava, comodo, sul morbido letto della sua attuale situazione e attendeva.
Non pensava al dolore e nemmeno a una possibile morte, nonostante fossero suoi costanti compagni di fuga.
Guardava innanzi a sé e la contemplava nelle sue forme in armonia con il mondo intero. Avrebbe voluto chiederle di fermarsi ad ascoltare i rumori della città, ordinarli e poi donarli al caos delle loro paure.
Diede poi lo sguardo al cielo e notò un bagliore che si distingueva dalla monotonia stellare di quella notte opaca. Gli parve di intravedere due gambe penzoloni da una nuvola.
Ma era solo l’ennesima stranezza in un oceano di particolarità.
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 6, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, in basso, notte, nuvola, oceano
Tre anni prima
Cominciò a scrivere sulle pareti di casa in una notte di fine estate. La facciata innanzi al letto fu il suo incipit.
Vi incise parole tra loro concatenate da nessi tutt’altro che logici:
Sento il canto.
Il tuo canto.
Un conato mi sorprende
e vomito il mio buio.
Click, una luce s’accende.
Bam, cado.
Disteso a pensare e a rimettere.
Non sono io ad attenderti.
Sei tu a venirmi incontro.
Click, una luce si spegne.
Infine scoperchiò un barattolo di vernice rossa e disegnò delle spirali come cornice alla scritta.
Ora poteva fumare una sigaretta. E rilassarsi.
Inspirò ossigeno e nicotina.
Espirò stanchezza e nicotina.
Fermo a contemplare la sua quasi-arte pensò: “riempirò la casa di scritte e colore… e vaffanculo tutto il resto”.
Quel “resto” indicava ogni strato di vita riluttante che gli riecheggiava attorno e del quale stava progressivamente stancandosi.
Ma andiamo con ordine: al momento non ci è dato di conoscere le spiegazioni a ognuno dei suoi gesti e dei suoi pensamenti.
Presto, forse, ne verremo resi partecipi.
Faceva caldo. Aveva sonno, ma non voleva dormire. Prese dunque un libro e spense la sigaretta.
Quando squillò il cellulare erano già le tre.
“Oi, che ci fai sveglio a quest’ora?”
“Stavo leggendo… e tu? Dove sei?”
“In giro…”
“Ok, ma a far che?”
“Eh, quella cosa là, dovresti saperlo…”
“Il teatro in piazza?”
“Teatro notturno… si chiama teatro notturno…”
“Sì, ma lo fate nelle piazze e per le vie della città no?”
“Sì sì, però si chiama notturno… comunque, che fai? Mi raggiungi e ci beviamo una birra?”
“Adesso? E poi un locale aperto dove lo trovi?”
“Ma le birre ce le ho io… qui se ne stanno andando via tutti e ho provato a chiamarti. Tanto lo so che stai sveglio fino a tardi”
“Già. Grazie Simo, ma non ce la faccio… tu sei quello della notte e del teatro, io sono quello che domattina va in ufficio… lo sai”
“Ecco vedi? Tu ti rovini… sei un’artista e vai in ufficio. Che cazzata non trovi? A proposito: hai poi scritto sui muri?”
“Sì, ho iniziato questa notte…”
“Fiiiico, cacchio devo passare una sera e mi fai vedere…”
“Sì, quando vuoi, ma non alle tre di notte… facciamo una cena e magari chiamiamo anche gli altri…”
“Dai ok… va bè, allora non vieni?”
“No Simo, davvero…”
“Oook, allora dormi bene e buon ufficio domani eh”, rise a denti stretti.
“Eh sì e tu non recitare troppo mi raccomando, chè poi mi diventi scemo…”
“Come te allora… ah senti: stanotte c’era…”
“C’era chi?”
“C’era lei, chi se no? Ormai è una delle attrici più assidue… è pure brava”
“Ah lei. Bene… salutamela la prossima volta. Sempre che si ricordi”
“Ma che salutamela? Vieni anche tu e ci parli… non sei mica un bambino! Dai cazzo Fra, fuori i coglioni!”
“Eh ok, verrò… ora fammi andare a dormire però. Non mi reggo in piedi. Ciao Simo”
“Ciao Fra, ti chiamo domani…”
Le storie si compongono di eventi più o meno concatenati tra di loro. Esiste una sorta di causa effetto e di circolo ermeneutico che ne avvolge azioni, pensieri, domande ed eventuali risposte.
Quindi:
- Francesco e Simone erano amici da circa quindici anni. Il primo scriveva sui muri e andava in ufficio tutte le mattine, o quasi. Il secondo viaggiava spesso su binari diametralmente opposti alla razionalità e faceva teatro notturno, o nelle piazze di notte come dir si voglia.
- Simone aveva conosciuto Franco sei mesi prima durante un incontro tra appassionati della recitazione. Questo gli propose di unirsi alla sua compagnia sperimentale: “libertà, ispirazione e le stelle”, così si espresse. Quella volta Simone aveva trascinato con sè Francesco, il quale si sarebbe addormentato se non fosse stato per lei, un graffio alla mente e al cuore.
- Lei gli aveva detto: “anche tu fai parte della compagnia?” e lui le aveva risposto: “no accompagno un amico”. Poi il silenzio.
- Da quel giorno Francesco se la tenne incastrata nelle viscere e, ogni rivolo di sangue che da queste sgorgava, gli ricordava che forse avrebbe dovuto rivederla. Non lo aveva ancora fatto. In compenso Simone ne subiva gli asfissianti umori: d’altronde era l’unico tratto d’incontro tra il desiderante e la desiderata.
Francesco spense la luce e tenne gli occhi spalancati. Prima di addormentarsi sibilò “se domani la vedo continuo a scrivere…”.
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 5, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, francesco, poesia, simone, sui muri
<<Giulia raccolse poche e indispensabili cose. Prese Marco per un braccio e lo trascinò fuori. Lei che afferra, lui che segue inerzialmente: una costante nel loro attualestato di sopravvissuti.
Di nuovo in strada.
Di nuovo nella notte.
Di nuovo fuggitivi>>.
Non riusciva più a vederli, nascosti dall’oscurità, ma poteva sentirli. Ne percepiva passi e affannosi respiri.
Con le dita a tremare di scrittura e gli occhi a bruciare di ricordi, si accorse che probabilmente la sua vita cominciava ad avere un senso.
Sospeso tra una caduta e un’arguzia poetica.
L’ultima volta che la vide aveva le mani d’inverno e il viso dell’addio.
Era inevitabilmente complicato trovare un compromesso tra cielo e terra. O lui scendeva, o lei saliva.
Superfluo dire che nessuno dei due era provvisto del coraggio necessario per rinnegarsi in favore di un futuro incognito.
“Allora finisce così…”, gli disse affogando nel pianto.
“Già… sembra proprio di sì…”, le rispose aggrappandosi al lembo di un cirro.
“E non mi cercherai?”
“Non credo… ma ti scriverò”
“E come farai a spedirmi le lettere?”
“Non le spedirò… saranno il ricordo indelebile che serberò di te…”
Non poteva svestire i panni del poeta, dell’artista dignitosamente ferito. Doveva masticare frasi d’effetto, altrimenti il suo ego avrebbe vacillato pericolosamente.
Lei se ne andò pensando: “ti amo stupido di uno scrittore…”
Lui la lasciò andare commentando: “sono un pirla…”
Categorie: atestaingiu
Messo il tag: 2009, 4, a testa in giù, atestaingiu, capitolo, cirro, in alto, lei, lettere, lui, poesia, racconto, ricordi